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L'occhio invisibile!!!
view post Posted on 5/9/2008, 11:17Quote
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Il 13 Settembre, dopo sei giorni di agonia, Tupac Shakur muore alle 4:03 pomeridiane. Aveva solo 25 anni.

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L’OCCHIO INVISIBILE
di
ERCKMANN/CHATRIAN
traduzione
Bernardo Cicchetti
copertina
Bruno Zaffoni
© Tutti i diritti di traduzione sono riservati. È vietato riprodurre, anche
in parte, la presente traduzione, per qualsiasi scopo. È vietata la
pubblicazione in qualsiasi forma, elettronica o cartace.
3
I
Quando cominciai la mia carriera di artista,
presi alloggio nella soffitta di una vecchia casa in
Rue des Minnesängers, a Norimberga.
Avevo creato il mio nido in un angolo del
tetto. Le tegole di ardesia fungevano da pareti, e
4
la trave di colmo da soffitto: dovevo camminare
sul mio materasso di paglia per raggiungere la
finestra; ma questa finestra forniva una magnifica
vista, poiché dominava la città e la campagna al
di là di essa.
Il vecchio rigattiere, Toubec, conosceva la
strada per il mio piccolo rifugio come me stesso,
e non aveva timore di arrampicarsi sulla scala a
pioli. Ogni settimana la sua testa di capra,
sovrastata da un’antiquata parrucca, spingeva su
la botola, le dita agganciate al bordo del
pavimento, e berciava:
“Bene, bene, Mastro Christian, avete nulla
di nuovo?”
Al che io rispondevo:
5
“Venite su; perché diavolo non salite? Sto
appena finendo un piccolo paesaggio, e voglio la
vostra opinione in merito.”
Allora la sua spina dorsale lunga e sottile si
allungava, finché la testa non toccava il soffitto; e
il vecchio rideva in silenzio.
Devo rendere giustizia a Toubec: non ha
mai mercanteggiato con me. Comprava tutti i
miei quadri a quindici cocuzze al pezzo, una
sull’altra, e li rivendeva a quaranta. Era un onesto
Giudeo.
Questo tipo di esistenza stava cominciando
a piacermi, e ogni giorno vi trovavo una nuova
attrattiva, quando Norimberga venne sconvolta da
un evento strano e misterioso.
6
Non lontano dalla finestra del mio solaio, un
po’ a sinistra, c’era l’albergo del Bue-grasso, una
vecchia locanda molto frequentata da gente di
campagna. Il timpano dell’albergo era notevole
per la singolarità della sua forma: era molto
stretto, appuntito, e i bordi erano tagliati come i
denti di una sega; incisioni grottesche ornavano le
cornici e l’intelaiatura delle sue finestre. Ma il
fatto più rimarchevole era che la casa che lo
fronteggiava riproduceva con esattezza incisioni e
ornamenti; ogni dettaglio era stato riprodotto con
minuziosità, fino al supporto dell’insegna, con le
sue volute e spirali di ferro.
Si sarebbe potuto dire che quei due antichi
edifici si riflettessero; solo che dietro la locanda
cresceva un’alta quercia, il cui scuro fogliame
7
serviva a delineare meglio le forme del tetto,
mentre la casa di fronte stava nuda contro il cielo.
Per il resto, la locanda era rumorosa e animata
tanto quanto l’altra casa era silenziosa. Da una
parte si poteva vedere, entrare e uscire, una folla
interminabile di bevitori, che cantavano,
incespicavano e facevano schioccare le fruste;
dall’altra, regnava la solitudine.
Una o due volte al giorno la pesante porta
della casa silenziosa si apriva per far entrare una
vecchina, la schiena curva a semicerchio, il mento
lungo e puntuto, l’abito che aderiva alle membra,
un’enorme cesta sotto il braccio e una mano
stretta al petto.
L’aspetto dell’anziana donna mi aveva
colpito più di una volta: i suoi piccoli occhi verdi,
8
il naso ossuto e affilato, lo scialle, che risaliva ad
almeno un centinaio di anni prima. Il sorriso che
le raggrinziva le guance e il nastro del cappello
che le penzolava sulla fronte: tutto questo
appariva strano, suscitava il mio interesse e mi
rendeva fortemente desideroso di sapere chi fosse
quella vecchina e cosa facesse nella sua grande
casa solitaria.
La immaginavo trascorrere un’esistenza
dedita alle opere di bene e alla meditazione
religiosa. Ma un giorno, essendomi fermato in
strada a guardarla, si voltò bruscamente e mi
scagliò un’occhiata, la cui orribile espressione
non so come descrivere, e mi fece tre o quattro
smorfie; poi lasciando ricadere la testa tremante,
si avvolse intorno lo scialle, le cui estremità
9
strisciavano per terra dietro di lei, e lentamente
entrò dalla pesante porta.
“Quella è una vecchia pazza,” mi dissi; “una
vecchia pazza maligna e astuta! Non avrei dovuto
interessarmi a lei. Ma cercherò di rammentare le
sue abominevoli smorfie… Toubec sarà ben lieto
di pagarmi quindici cocuzze per quelle.”
Tuttavia, questo modo di sbrogliare la
matassa era ben lungi dal soddisfare la mia
mente. L’orribile sguardo della vecchia mi
perseguitava dappertutto; e più di una volta,
mentre salivo sulla scala a perpendicolo del mio
bugigattolo, quando i miei abiti s’impigliavano in
qualche chiodo, tremavo dalla testa ai piedi,
immaginando che la vecchia mi avesse afferrato
per l’orlo della giacca col proposito di tirarmi giù.
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Toubec, al quale riferii la storia, ben lungi
dal riderne, la accolse con un’espressione seria.
“Mastro Christian,” disse, “se la vecchia
intende farvi del male, state attento; i suoi denti
sono piccoli, appuntiti e incredibilmente bianchi,
che non è una cosa naturale alla sua età. Lei ha il
Malocchio! I bambini scappano quando si
avvicina e il popolo di Norimberga la chiama
Fledermausse!*”
Ammirai la perspicacia del Giudeo e ciò che
mi aveva detto mi fece riflettere parecchio; ma
dopo alcune settimane, avendo incontrato spesso
la Fledermausse senza particolari conseguenze, le
mie paure si dissolsero e non pensai più a lei.
* Pipistrello. (N. d. T.)
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Una notte, mentre ero addormentato, fui
svegliato da una strana armonia. Era una sorta di
vibrazione, così dolce, così melodiosa, che il
mormorio di una lieve brezza nel fogliame può
dare solo una pallida idea della sua delicatezza.
Per lungo tempo la ascoltai, con gli occhi
spalancati e trattenendo il fiato per sentirla
meglio.
Alla fine, guardando in direzione della
finestra, vidi due ali battere contro il vetro.
Pensai, sulle prime, che fosse un pipistrello
imprigionato nella mia stanza; ma la luna
splendeva chiara e mostrò le ali di una magnifica
falena, trasparente come merletto. A momenti le
loro vibrazioni erano così rapide da renderle
invisibili; dopo, per un po’, restavano immobili a
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riposarsi, spiegate sul pannello di vetro, con le
delicate articolazioni nuovamente visibili.
Questa fantastica apparizione nel mezzo del
silenzio universale aprì il mio cuore alle emozioni
più tenere; mi parve che una silfide,
commiserando la mia solitudine, fosse venuta a
trovarmi; e questa idea mi fece venire le lacrime
agli occhi.
“Non aver paura, gentile prigioniera… non
aver paura!” le dissi; “la tua fiducia non sarà
tradita. Non ti tratterrò contro la tua volontà;
torna nel cielo… alla libertà!”
E aprii la finestra.
La notte era calma. Migliaia di stelle
scintillavano nello spazio. Per un momento
contemplai lo spettacolo sublime, e le parole di
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preghiera mi salirono naturalmente alle labbra.
Ma poi, guardando giù, vidi un uomo appeso al
sostegno di ferro che reggeva l’insegna del Buegrasso;
i capelli in disordine, le braccia rigide, le
gambe raddrizzate fino alla punta, che
proiettavano la loro ombra gigantesca lungo tutta
la strada.
L’immobilità di quella figura, nel chiaro di
luna, aveva un che di spaventoso. Sentii la mia
lingua diventare fredda come il ghiaccio e i miei
denti battere. Ero sul punto di emettere un grido;
ma, non so per quale misterioso motivo, i miei
occhi furono attratti verso la casa di fronte, e là
intravidi la vecchia, nel mezzo dell’ombra densa,
che stava rannicchiata alla finestra e contemplava
con diabolica soddisfazione il corpo penzolante.
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Rimasi sbigottito per il terrore; le forze mi
abbandonarono e mi accasciai privo di sensi.
Non so per quanto tempo restai incosciente.
Nel tornare in me scoprii che era pieno giorno.
Svariati rumori confusi salivano dalla strada
sottostante. Guardai dalla finestra.
Il borgomastro e il suo segretario stavano
davanti alla porta del Bue-grasso; rimasero là per
lungo tempo. La gente andava e veniva, si
fermava a guardare, poi proseguiva. Alla fine una
barella, su cui giaceva un corpo coperto da un
panno di lana, venne portata fuori e poi via da due
uomini.
Poi tutti gli altri scomparvero.
La finestra sul davanti della casa era ancora
aperta; un frammento di corda ciondolava dal
15
supporto di ferro dell’insegna. Non avevo
sognato… avevo davvero visto la falena sulla mia
finestra… il corpo appeso… e quindi la vecchia!
Nel corso di quel giorno Toubec mi fece la
sua visita settimanale.
“Nulla da vendere, Mastro Christian?”
gridò.
Non lo udii. Ero seduto sulla mia unica
sedia, le mani sulle ginocchia, gli occhi fissi nel
vuoto davanti a me. Toubec, sorpreso dalla mia
immobilità, ripeté con voce più alta: “Mastro
Christian!... Mastro Christian!” poi,
avvicinandosi a me, mi batté rapidamente sulla
spalla.
“Cosa succede?... Cosa succede? Vi sentite
male?” chiese.
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“No… stavo pensando.”
“A cosa diavolo pensavate?”
“L’uomo che era appeso… ”
“Ah!” gridò il vecchio bottegaio; “avete
visto quel poveraccio, dunque? Che strana
faccenda! Il terzo nello stesso posto!”
“Il terzo?”
“Sì, il terzo. Avrei dovuto parlarvene prima;
ma c’è ancora tempo… perché ve ne sarà
sicuramente un quarto, che seguirà l’esempio
degli altri, solo il primo gradino è difficile.”
Detto questo, Toubec si sedette su una cassa
e accese la pipa con aria pensierosa.
“Non sono un tipo pauroso,” disse, “ma se
qualcuno mi dovesse chiedere di dormire in
quella stanza, preferirei andare ad impiccarmi da
17
qualche altra parte! Nove o dieci mesi fa,”
continuò, “un grossista di pellicce, di Tubinga,
venne ad alloggiare al Bue-grasso. Chiamò per la
cena; mangiò bene, bevve bene, e se ne andò a
letto nella stanza del terzo piano che chiamano la
“camera verde”. Il giorno dopo lo hanno trovato
impiccato al sostegno dell’insegna.
“E questo per il numero uno, sul quale non
c’è altro da dire. Venne steso un verbale della
faccenda, e il corpo dello straniero fu seppellito in
fondo al giardino. Ma circa sei settimane dopo
giunse un soldato da Neustadt; aveva avuto il
congedo e si stava congratulando con se stesso
per essere tornato al suo villaggio. Per tutta la
sera non fece altro che svuotare boccali di vino e
parlare con sua cugina, che stava aspettando il
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suo ritorno per sposarlo. Alla fine, lo misero a
letto nella camera verde, e quella stessa notte la
sentinella di ronda che passava lungo Rue des
Minnesängers notò qualcosa che penzolava
dall’insegna. Sollevò la lanterna; era il soldato,
con il congedo in una scatola di latta che gli
pendeva sulla coscia sinistra, e le mani molli
ficcate nelle cuciture esterne dei calzoni come se
fosse alla parata!
“Era certamente una faccenda straordinaria!
Il borgomastro dichiarò che era opera del diavolo.
La camera venne esaminata; fu rifatto l’intonaco
alle pareti. Un annuncio della morte venne
mandato a Neustadt, sul margine del quale
l’impiegato scrisse: “Morto improvvisamente di
apoplessia.”
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“Tutta Norimberga era indignata contro il
proprietario del Bue-grasso, e voleva costringerlo
a tirare giù il sostegno di ferro dell’insegna, col
pretesto che esso metteva idee pericolose nella
testa della gente. Ma potete facilmente
immaginare che il vecchio Nikel Schmidt non ci
sentì con l’orecchio di quel lato della testa.
“’Quel sostegno venne sistemato lì da mio
nonno,’ disse; ‘l’insegna del Bue-grasso vi
penzola di padre in figlio, da circa
centocinquant’anni; non fa male a nessuno, si
trova a più di trenta piedi di altezza; quelli che
non la gradiscono possono guardare dall’altra
parte.’
“L’eccitazione della gente a poco a poco si
raffreddò e per diversi mesi nulla accadde.
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Sfortunatamente, uno studente di Heidelberg, che
si stava recando all’Università, giunse al Buegrasso
e chiese un letto. Era il figlio di un pastore.
“Chi poteva supporre che il figlio di un
pastore potesse mettersi nella testa l’idea di
impiccarsi al sostegno dell’insegna di un albergo,
perché un pellicciaio e un soldato vi si erano già
impiccati prima di lui? Bisogna ammettere,
Mastro Christian, che la cosa non era molto
probabile: non sarebbe apparsa più probabile a
voi di quanto apparisse a me. Beh… ”
“Basta! Basta!” gridai; “è una faccenda
orribile. Sono sicuro che all’origine c’è qualche
spaventoso mistero. Non è né il sostegno né la
camera… ”
21
“Non volete mica dire che sospettate del
locandiere... che è un uomo onesto come tanti
altri, e appartiene a una delle più antiche famiglie
di Norimberga?”
“No, no! Il cielo mi preservi dal nutrire
sospetti ingiusti verso chiunque; ma ci sono abissi
nelle cui profondità nessuno osa guardare.”
“Avete ragione,” disse Toubec, stupefatto
dalla mia eccitazione; “e faremo meglio a parlare
d’altro. A proposito, Mastro Christian, e il nostro
paesaggio, la vista di Sainte-Odile?”
La domanda mi riportò all’attualità. Mostrai
al bottegaio il quadro che avevo appena
terminato. L’affare fu presto sistemato e Toubec,
pienamente soddisfatto, discese la scala,
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consigliandomi di non pensare più allo studente
di Heidelberg.
Avrei seguito molto volentieri il consiglio
del vecchio bottegaio, ma quando il diavolo si
intromette nei nostri affari non è facile
scrollarselo di dosso.
23
II
Quando fui solo, tutti questi fatti mi
tornarono in mente con spaventosa chiarezza.
La vecchia, mi dissi, è la causa di tutto; lei
sola ha architettato questi crimini, lei sola li ha
eseguiti; ma come? Ha fatto ricorso alla sola
astuzia oppure davvero all’intervento di poteri
invisibili?
Percorsi avanti e indietro la mia soffitta, con
una voce dentro di me che gridava: “Ci
dev’essere uno scopo se il Cielo ti ha permesso di
vedere la Fledermausse che osservava l’agonia
della sua vittima; ci dev’essere un disegno se
l’anima del povero giovane è venuta a svegliarti
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sotto forma di una falena! No! Tutto ciò deve
avere uno scopo. Christian, il Cielo ti impone una
terribile missione; se non riuscirai a portarla a
termine, temo che tu stesso potrai cadere vittima
delle macchinazioni di quella vecchia! Forse in
questo momento sta tendendo le sue trappole per
te nel buio!”
Per diversi giorni queste immagini
spaventevoli mi perseguitarono senza sosta. Non
riuscivo a dormire; trovavo impossibile lavorare;
il pennello mi cadeva di mano e, è terribile
confessarlo, mi ritrovavo a volte a contemplare
con compiacimento lo spaventoso sostegno.
Infine, una sera, incapace di sopportare
ulteriormente questo stato mentale, scappai giù
dalla scala a quattro pioli per volta, e andai a
25
nascondermi vicino alla porta della Fledermausse,
col proposito di scoprire il suo segreto fatale.
Da quella volta, non passò un giorno che
non mi misi a sorvegliare, seguendo la vecchia
come la sua ombra e senza mai perderla di vista;
ma era così astuta, aveva un olfatto così acuto che
senza nemmeno voltarsi si accorgeva che mi
trovavo dietro di lei, e sapeva che la stavo
seguendo. Tuttavia, fingeva di non vedermi:
andava al mercato, dal macellaio, come una
semplice donna di casa; si limitava ad affrettare il
passo e a borbottare fra sé.
Dopo un mese, capii che mi sarebbe stato
impossibile raggiungere il mio scopo in quel
modo, e questa convinzione mi riempì di una
tristezza inesprimibile.
26
“Cosa posso fare?” mi chiesi. “La vecchia
ha scoperto le mie intenzioni, e adesso è in
guardia, non posso fare nulla. La megera già
pensa di vedermi all’estremità della corda!”
Infine, ripetendo a me stesso in
continuazione la domanda, “Cosa posso fare?” mi
venne in mente un’idea luminosa.
La mia camera dominava la casa della
Fledermausse, ma non aveva una finestra
nell’abbaino da quel lato. Sollevai con cautela
una delle tegole del tetto, e provai grande gioia
nello scoprire che in quella maniera potevo avere
una visuale dell’intero antico edificio difficile da
immaginare.
“Finalmente ti ho in pugno!” gridai a me
stesso; “non puoi sfuggirmi adesso! Da qui vedrò
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tutto. Non sospetterai quest’occhio invisibile…
quest’occhio che coglierà il crimine nel momento
del suo inizio! Oh, la Giustizia! Si muove piano,
ma arriva sempre!”
Non si potrebbe immaginare niente di più
sinistro di quel covo: un ampio cortile,
pavimentato con lastre di pietra coperte di
muschio; un pozzo in un angolo, la cui acqua
stagnante era orribile da guardare; una scalinata
di legno che conduceva a una balconata con
ringhiera; a sinistra, al primo piano, un canale di
scolo che indicava la cucina; a destra, le finestre
superiori della casa che guardavano sulla strada.
Tutto era buio, fatiscente e malsano.
Il sole penetrava solo per un’ora o due
durante il giorno nelle profondità di quel tetro
28
porcile; poi le ombre tornavano a ricoprirlo: la
luce cadeva a rombi sui muri cadenti, sulla
balconata ammuffita, sulle finestre appannate.
Oh, l’intero posto era degno della sua
padrona!
Avevo appena fatto queste riflessioni
quando la vecchia entrò nel cortile di ritorno dal
mercato. Prima udii la sua pesante porta stridere
sui cardini, poi apparve la Fledermausse con la
sua cesta. Sembrava affaticata, senza fiato. Il
bordo del cappello le pendeva sul naso, mentre,
afferrando con una mano la balaustra di legno,
saliva la scalinata.
Il caldo era soffocante. Era proprio uno di
quei giorni in cui gli insetti di ogni specie – grilli,
29
ragni, zanzare – riempiono i vecchi edifici con i
loro suoni striduli e gli scavi sotterranei.
La Fledermausse attraversò lentamente la
balconata, come un furetto che si sente a casa
propria. Per più di un quarto d’ora rimase nella
cucina, poi uscì e spazzò per un po’ le pietre,
sulle quali si era sparsa della paglia; infine, alzò
la testa, con gli occhi verdi che scrutavano
accuratamente ogni porzione del tetto dal quale la
stavo osservando.
Per quale strana intuizione sospettava
qualcosa? Non lo so; ma riabbassai piano al suo
posto la tegola che avevo sollevato, e smisi di
osservare per il resto della giornata.
Il giorno seguente la Fledermausse
sembrava rassicurata. Un raggio frastagliato di
30
luce cadde nella balconata; mentre lo
oltrepassava, afferrò una mosca e la offrì con
delicatezza a un ragno che si era stabilito in un
angolo del tetto.
Il ragno era così grosso, che, malgrado la
distanza, lo vidi scendere, scivolare lungo un filo,
come una goccia di veleno, afferrare la sua preda
dalle dita dell’orribile vecchia, e risalire rapido.
La Fledermausse lo osservò con attenzione; poi,
con gli occhi socchiusi, starnutì, e gridò fra sé e
sé con tono allegro:
“Che tu sia benedetto, bellezza!... che tu sia
benedetto!”
Per sei settimane non riuscii a scoprire nulla
sui poteri della Fledermausse: talvolta la vedevo
pelare le patate, talvolta stendere la biancheria
31
sulla balaustra. Talvolta la vedevo filare; ma non
cantava mai, come fanno di solito le donne
anziane, con le voci tremolanti che ben si
addicono al ronzio del filatoio. Il silenzio regnava
intorno a lei. Non aveva un gatto, la compagnia
prediletta delle vecchie zitelle; nessun passero
volava mai nel suo cortile, sopra il quale i
piccioni sembravano accelerare il loro volo. Era
come se tutti avessero paura del suo sguardo.
Solo il ragno traeva piacere dalla sua
compagnia.
Adesso rammento con meraviglia la mia
pazienza durante quelle lunghe ore di
osservazione; nulla sfuggiva alla mia attenzione,
nulla mi era indifferente; al minimo rumore
32
sollevavo la tegola. La mia era una curiosità
sconfinata stimolata da una paura indefinibile.
Toubec si lagnava.
“Cosa diavolo state facendo del vostro
tempo, Mastro Christian?” soleva dirmi. “Prima,
avevate qualcosa pronto per me tutte le settimane;
adesso, a malapena una volta al mese. Oh, i
pittori! Non appena si trovano davanti qualche
kreutzer, infilano le mani in tasca e vanno a
dormire!”
Io stesso stavo cominciando a perdere
coraggio. Con tutto il mio scrutare e spiare, non
avevo scoperto niente di straordinario. Mi stavo
convincendo che la vecchia, dopo tutto, forse non
era così pericolosa… che, forse, mi ero sbagliato
nel sospettarla. In breve, cercavo di trovare delle
33
scusanti per lei. Ma una bella mattina, mentre,
con l’occhio all’apertura del tetto, stavo cedendo
a quelle caritatevoli riflessioni, la scena cambiò
bruscamente.
La Fledermausse percorse la balconata con
la rapidità di un lampo di luce. Non era più lei:
camminava eretta, le mascelle strette, lo sguardo
fisso, il collo teso; si muoveva a lunghi passi, con
i capelli grigi che le ondeggiavano dietro.
“Oh, oh!” mi dissi, “sta succedendo
qualcosa!”
Ma le ombre della notte scesero sulla
grande casa, i rumori della città si smorzarono e
tutto fu silenzio. Stavo per andarmene a letto,
quando, nel guardare dal mio lucernario, vidi una
luce nella finestra della camera verde del Bue34
grasso: un viaggiatore stava occupando quella
terribile stanza!
Tutte le mie paure si ravvivarono all’istante.
L’eccitazione della vecchia si spiegava: aveva
fiutato un’altra vittima!
Non riuscii a dormire per tutta la notte. Il
fruscio della paglia del mio materasso, il
rosicchiare di un topo sotto il pavimento, mi
davano i brividi. Mi alzai e guardai fuori dalla
finestra… mi misi in ascolto. La luce che avevo
visto non era più visibile nella camera verde.
Durante uno di quei momenti di profonda
ansietà – non so se risultato di un’illusione o della
realtà – immaginai di poter discernere la figura
della vecchia strega, che osservava e ascoltava.
35
La notte passò, l’alba apparve grigia sui
vetri della mia finestra, e i rumori e i movimenti
della città risvegliata cominciarono a salire
lentamente d’intensità. Tormentato dalla
stanchezza e dall’emozione, caddi finalmente
addormentato; ma il mio riposo fu di breve
durata, e alle otto ero di nuovo al mio posto di
osservazione.
Sembrava che la Fledermausse avesse
trascorso una notte non meno tormentata della
mia; poiché, quando aprì la porta della balconata,
vidi sulle sue guance e sul collo scarno un pallore
livido. Addosso non aveva altro che la camicia e
una sottoveste di flanella; poche ciocche di
capelli grigi scoloriti le ricadevano sulle spalle.
Alzò la testa, meditabonda, verso il mio solaio;
36
ma non vide nulla… stava pensando a
qualcos’altro.
D’un tratto scese nel cortile, lasciando le
scarpe in cima alle scale. Senza dubbio il suo
scopo era quello di assicurarsi che la porta esterna
fosse ben chiusa. Quindi risalì di corsa le scale, a
tre o quattro per volta. Era spaventoso a vedersi!
Irruppe in una delle stanze laterali, e io udii il
rumore del pesante coperchio di una cassa che
cadeva. Poi la Fledermausse riapparve sulla
balconata, trascinando con lei un manichino in
grandezza naturale… e quella figura era vestita
come lo sfortunato studente di Heidelberg!
Con sorprendente destrezza, la vecchia
sospese quell'orribile oggetto a una trave del tetto
sporgente, poi scese nel cortile per contemplarlo
37
da quel punto di vista. Uno scroscio di risa
stridule eruppe dalle sue labbra: salì di corsa le
scale tornò a sfrecciare giù, come una pazza; e
ogni volta che lo faceva scoppiava in una nuova
risata convulsa.
Si udì un rumore dalla porta esterna; la
vecchia raggiunse di corsa il manichino, lo staccò
dalla trave e lo portò dentro la casa; poi riapparve
e si sporse dal balcone, col collo allungato, gli
occhi luccicanti e le orecchie tese in ascolto. Il
rumore si allontanò: i muscoli della sua faccia si
rilassarono e lei tirò un lungo respiro. Il passaggio
di un veicolo aveva allarmato la vecchia.
Dopodiché, ancora una volta, tornò nella
stanza, e udii il coperchio della cassa chiudersi
pesantemente.
38
Questa strana scena mi confuse
completamente le idee. Cosa poteva significare
quel manichino?
Divenni più cauto e attento che mai. La
Fledermausse uscì con la sua cesta, e la osservai
raggiungere la fine della strada; aveva
riacquistato l’aria da vecchia malferma sulle
gambe, che camminava a passettini, e di tanto in
tanto girava un po’ la testa, per poter guardare
dietro con la coda dell’occhio. Per cinque lunghe
ore rimase in giro, mentre io andavo e venivo
senza sosta dal mio posto di osservazione,
riflettendo per tutto il tempo, mentre il sole
riscaldava le tegole sopra la mia testa finché il
cervello non fu sul punto di abbrustolire.
39
Vidi alla sua finestra il viaggiatore che
occupava la camera verde del Bue-grasso; era un
contadino di Nassau, che portava un tricorno, un
panciotto scarlatto e aveva un volto largo e
sorridente. Stava fumando tranquillamente la
pipa, senza sospettare minimamente che vi fosse
qualcosa che non andava.
Alle due circa la Fledermausse tornò. Il
rumore della sua porta che si apriva echeggiò fino
alla fine del corridoio. Di lì a poco, apparve da
sola, completamente sola nel cortile, e si sedette
sul gradino più basso della scalinata. Si collocò la
cesta davanti ai piedi e ne tirò fuori, prima diversi
mazzetti d’erba, poi degli ortaggi… poi un
tricorno, un panciotto di velluto scarlatto, un paio
di eleganti calzoni, e un paio di calzini pesanti in
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lana pettinata: il costume completo di un
contadino di Nassau!
Fui preso dalle vertigini… fiamme mi
passarono davanti agli occhi.
Ricordai quei precipizi che attirano con un
potere irresistibile… pozzi che devono essere
riempiti a causa delle persone che vi si gettano
dentro… alberi che devono essere abbattuti per la
gente che vi si va a impiccare… il contagio del
suicidio e del furto e dell’assassinio, che in certi
momenti prende possesso delle menti degli
uomini, come ben si sa; quello strano impulso,
che spinge la gente a uccidersi perché altri si
uccidono. I capelli mi si rizzarono sulla testa per
l’orrore!
41
Ma come poteva questa Fledermausse – una
creatura così meschina e spregevole – avere
scoperto una così profonda legge della natura?
Come aveva trovato i mezzi per piegarla alla
soddisfazione dei suoi istinti sanguinari? Non
riuscivo a capirlo e nemmeno a immaginarlo.
Senza riflettere oltre, tuttavia, decisi di ritorcere
quella legge fatale contro di lei; e di trascinarla
nella sua stessa trappola. Troppe vittime innocenti
reclamavano vendetta!
Girai tutti i venditori di abiti vecchi di
Norimberga; e a sera arrivai al Bue-grasso con un
enorme involto sotto il braccio.
Nikel Schmidt mi conosceva da lungo
tempo. Avevo dipinto il ritratto di sua moglie,
una signora pienotta e graziosa.
42
“Mastro Christian!” gridò, stringendomi la
mano, “a quale felice circostanza devo il piacere
di questa visita?”
“Mio caro signor Schmidt, desidero
fortemente trascorrere la notte in quella vostra
camera lassù.”
Eravamo sulla soglia della locanda, e io
indicai la camera verde. Il buon uomo mi guardò
con sospetto.
“Oh! Non abbiate paura,” dissi, “non
desidero impiccarmi.”
“Ne sono lieto! Ne sono lieto! Perché,
francamente, mi dispiacerebbe: un artista del
vostro talento. Quando volete la stanza, Mastro
Christian?”
“Stanotte.”
43
“È impossibile… è occupata.”
“Il signore può averla subito, se vuole,”
disse una voce dietro di noi; “non ho intenzione
di restarci.”
Ci voltammo, sorpresi. Era il contadino di
Nassau; il suo largo tricorno gli premeva sulla
nuca, e il suo bagaglio era all’estremità del
bastone da viaggio. Aveva saputo la storia dei tre
viaggiatori che si erano impiccati.
“Che camera!” gridò, balbettando per il
terrore; “sistemare le persone là dentro
significa… significa assassinarle!... Voi… voi
meritereste di essere mandato alle galere!”
“Andiamo, andiamo, calmatevi,” disse il
locandiere; “avete dormito piuttosto
comodamente ieri notte.”
44
“Grazie al Cielo! Ho detto le mie preghiere
prima di andare a letto, altrimenti dove sarei
adesso?”
E corse via, sollevando le mani al cielo.
“Beh,” disse Mastro Schmidt, stupefatto, “la
camera è vuota, ma non andateci se volete farmi
un brutto scherzo.”
“Forse ne sto facendo uno peggiore a me
stesso,” replicai.
Consegnando l’involto alla serva, andai a
sedermi fra gli ospiti che stavano bevendo e
fumando.
Da parecchio tempo non mi sentivo così
calmo, così felice di essere al mondo. Dopo tanta
ansietà, vedevo approssimarsi la fine…
l’orizzonte sembrava diventare più luminoso.
45
Non sapevo da quale formidabile potere fossi
guidato. Accesi la pipa, con il gomito sul tavolo e
una brocca di vino davanti, e di tanto in tanto mi
alzavo per guardare la casa della donna. Chiesi
seriamente a me stesso se tutto ciò che mi era
accaduto fosse più di un sogno. Ma quando venne
la sentinella di ronda, per chiederci di lasciare il
locale, seguii, con umore pensoso, la servetta che
mi precedette con una candela in mano.
46
III
Salimmo la rampa di scale fino al terzo
piano; arrivati là, lei mi mise la candela in mano e
indicò una porta.
“È quella,” disse, e tornò di corsa giù per le
scale con tutta la rapidità che possedeva.
Aprii la porta. La camera verde era simile a
tutte le altre camere da letto della locanda; il
soffitto era basso, il letto era alto. Dopo aver
gettato un’occhiata intorno alla stanza, raggiunsi
la finestra.
Non c’era nulla di rilevante nella casa della
Fledermausse, a eccezione di una luce, che
47
splendeva in fondo a una camera da letto immersa
nell’oscurità: un lumino da notte, senza dubbio.
“Tanto meglio,” dissi a me stesso, mentre
richiudevo le tende della finestra; “avrò un
mucchio di tempo.”
Aprii il mio involto, e dal suo interno trassi
un cappello da donna con una larga tesa ornata di
gale; poi, con un pezzo di carbone appuntito, di
fronte allo specchio, mi disegnai sulla fronte un
certo numero di rughe. Ciò richiese quasi un’ora
intera; ma dopo che ebbi indossato una gonna e
un ampio scialle, ebbi paura di me stesso. Era la
Fledermausse che mi guardava da dentro lo
specchio!
In quel momento la ronda annunciò le
undici. Vestii rapidamente il manichino che
48
avevo portato con me simile a quello preparato
dalla vecchia strega. Poi tirai le tendine.
Di certo, dopo tutto quello che avevo visto
della vecchia – la sua astuzia infernale, la sua
prudenza e la sua destrezza – niente avrebbe
dovuto sorprendermi; eppure, ero atterrito.
La luce, che avevo visto in fondo alla
stanza, adesso gettava i suoi raggi gialli sul suo
manichino, vestito come il contadino di Nassau,
che sedeva rannicchiato su un lato del letto, la
testa abbassata sul petto, il largo tricorno tirato
giù sul volto, le braccia pendule ai fianchi e con
l’atteggiamento di una persona disperata.
Sfruttata con arte diabolica, l’ombra
consentiva solo una visione generale della figura,
dal momento che solo il panciotto rosso e i suoi
49
sei bottoni rotondi erano investiti dalla luce; ma il
silenzio della notte, la completa immobilità della
figura, e la sua aria di orribile abbattimento, tutto
serviva a impressionare l’osservatore con forza
irresistibile; anche io, sebbene non colto affatto di
sorpresa, mi sentii gelare fino al midollo delle
ossa. Cosa avrebbe provato, dunque, un semplice
contadino preso completamente alla sprovvista?
Sarebbe stato del tutto sopraffatto; avrebbe perso
il controllo della volontà e lo spirito d’imitazione
avrebbe fatto il resto.
Avevo appena tirato le tendine che scoprii
la Fledermausse in osservazione dietro i vetri
della finestra.
Non poteva vedermi. Aprii piano la finestra,
e anche la finestra all’altro lato della strada si
50
aprì; poi il manichino parve alzarsi e avanzare
verso di me; feci la stessa cosa e, afferrando la
candela con una mano, con l’altra spalancai la
finestra.
La vecchia e io fummo faccia a faccia;
poiché, sopraffatta dallo stupore, lei aveva
lasciato cadere il manichino. I nostri due sguardi
s’incrociarono con pari terrore.
Lei tese un dito, io feci lo stesso; le sue
labbra si mossero, io mossi le mie; lei tirò un
profondo sospiro e si appoggiò su un gomito, io
assunsi la stessa posizione.
Non riesco a descrivere come fu spaventosa
quella recita; era intrisa di delirio, smarrimento e
follia. Fu uno scontro fra due volontà, due
intelligenze, due anime, ognuna delle quali
51
impegnata a schiacciare l’altra; e in quello
scontro avevo un vantaggio. I morti erano al mio
fianco.
Dopo aver imitato per alcuni secondi tutti i
movimenti della Fledermausse, tirai fuori una
corda dalle pieghe del mio panciotto e la legai al
sostegno di ferro dell’insegna.
La vecchia mi osservò con la bocca aperta.
Mi passai la corda intorno al collo. I suoi occhi
bronzei scintillarono; i suoi tratti divennero
convulsi…
“No, no!” gridò, con tono sibilante; “no!”
Proseguii con l’impassibilità di un boia.
La Fledermausse fu presa dalla rabbia.
52
“Sei pazzo! Sei pazzo!” gridò, balzando su e
artigliando selvaggiamente il davanzale della
finestra; “sei pazzo!”
Non le diedi il tempo di continuare. Spensi
all’improvviso la luce, mi chinai come uno che si
prepara a fare un balzo vigoroso, poi afferrando il
mio manichino gli feci scivolare la corda intorno
al collo e lo gettai in aria.
Un grido terribile risuonò attraverso la
strada; poi tutto fu di nuovo silenzio.
Il sudore mi bagnava la fronte. Ascoltai a
lungo. Dopo un’ora udii lontano – molto lontano
– il grido della sentinella di ronda, che
annunciava la mezzanotte.
53
“Giustizia finalmente è fatta,” mormorai fra
me e me; “le tre vittime sono state vendicate. Il
Cielo mi perdoni!”
Vidi la vecchia, spinta dall’immagine di se
stessa, con una corda intorno al collo, appesa al
sostegno di ferro che si protendeva dalla sua casa.
Vidi il fremito della morte correre lungo le sue
membra e la luna, calma e silenziosa, salire sopra
l’orlo del tetto e riversare i suoi pallidi raggi
freddi sulla sua testa scarmigliata.
Come avevo visto il povero studente di
Heidelberg, adesso vedevo la Fledermausse.
Il giorno dopo Tutta Norimberga seppe che
“il Pipistrello” si era impiccato. Fu l’ultimo
evento di quel genere in Rue des Minnesängers.


Rigrazio per la storia il sito: http://www.horror.it/index.php?option=com_frontpage&Itemid=1

La scelta di proporvi una storia horror è duvuta al fatto che variante è una manga horror...non sò com'è la storia perchè soffro con l'horror quindi ve la propongo e poi dai commenti saprò che ne pensate!!! :) heeheee avete una mod molto paurosa scusate!!!



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